Casella di testo: FORUM PER L’UNITA’ DEI
repubblicani
Casella di testo: Una politica dell’accoglienza
che serve al Paese

di Paolo Arsena


Il nostro Paese, prima che di immigrazione, è stato sin dai primi del Novecento un luogo di “emigrazione”, evocato dalle immagini dei transatlantici carichi di italiani in espatrio verso l’America, oppure cinquant’anni dopo, con la ricostruzione dell’ultimo dopoguerra, esemplificato dai tanti connazionali trasferitisi in Germania, in Francia, in Svizzera.
Solo a partire dagli anni Settanta l’Italia ha cominciato a registrare i primi sensibili fenomeni di immigrazione dall’estero, e quindi a subire un’inversione di tendenza, che si è accentuata esponenzialmente decennio dopo decennio fino ai nostri giorni. 
Pur essendo dunque da oltre un secolo coinvolta in modo attivo e passivo nel fenomeno migratorio, l’Italia è un Paese che si è dimostrato ancora politicamente immaturo per gestire questo problema.
Immaturo sia sotto il profilo della gestione dei flussi, sia sotto il profilo del rispetto della legalità, sia soprattutto sotto il profilo culturale.

Le leggi e le normative adottate nel corso degli anni dal nostro Paese, dalla Legge Martelli, alla Turco-Napolitano, fino alla più recente Bossi-Fini, si sono contraddistinte tutte per una politica degli ingressi sostanzialmente fallimentare, tralasciando completamente l’aspetto integrazione.
In Italia è da sempre mancato un vero dibattito, su un modello di integrazione da perseguire. Un modello che da un lato possa inserire regolarmente gli stranieri; e dall’altro sia capace di armonizzarne la convivenza nella nostra società.

Eppure l’esperienza ci dovrebbe insegnare che il fenomeno migratorio non solo non si contrasta chiudendo le frontiere, ma non ha nemmeno bisogno di essere “contrastato”. Va piuttosto “integrato”.
Perché noi sappiamo bene che il nostro Paese è già di suo in balia di due grandi mutamenti strutturali.
Il primo è l’aumento del tasso di scolarità degli italiani, che ha prodotto un sensibile innalzamento generale delle competenze e delle aspettative professionali della nostra popolazione, non più disposta a cimentarsi in lavori di bassa qualifica. A questo si unisce anche l’emancipazione del ruolo femminile, che impegna oggi le donne alla stregua degli uomini, e le ha in parte sottratte al lavoro domestico e alla vita familiare. Tutto questo richiede dunque un personale nuovo, capace, e disposto a sopperire a mestieri e funzioni che restano comunque indispensabili per il nostro ciclo economico e produttivo.
Il secondo mutamento in atto, riguarda l’impressionante decremento demografico cui tutta l’Europa, e l’Italia in particolare, è sottoposta. La statistica registra che negli ultimi trent’anni, il numero delle nascite in Italia si è quasi dimezzato. Con conseguente impoverimento numerico e invecchiamento della nostra società. Fenomeno che sarebbe una grave causa di stagnazione e recessione economica e produttiva, se non fosse compensato da nuovi ingressi.
Dunque, avendo un disperato bisogno di nuovi flussi, dobbiamo preoccuparci di ottimizzarne l’inserimento. Creando le condizioni perché la crescente offerta di lavoro non qualificato che emerge nel Paese si incroci in modo regolare con la pressante richiesta che viene dagli immigrati, e perché la progressiva riduzione demografica venga compensata dai nuovi trapiantati, che hanno però bisogno di trovare condizioni socio-culturali adatte per ambientarsi e svolgere una vita normale.

Infatti le volubili e spesso complesse condizioni restrittive sugli ingressi che hanno caratterizzato le leggi citate prima, lungi dal risolvere il problema delle affluenze di massa, hanno soltanto favorito il moltiplicarsi degli status di clandestinità e di irregolarità. Perché lo straniero non rinuncia ad entrare in uno Stato che pone limiti di accesso: chi non può entrare per via regolare, o chi non è in condizione di rinnovare il suo permesso di soggiorno, semplicemente entra da clandestino o si trattiene come irregolare, in attesa di una sanatoria. Con tutto quel che ne consegue per l’ordine pubblico, messo a rischio da un proliferare di attività illegali, e per l’economia, che continua a scontare la diffusione del lavoro nero.

Dunque, posto che una piena liberalizzazione degli accessi, pur auspicabile, sarebbe comunque impedita all’Italia dagli accordi di Schengen, è tuttavia opportuno promuovere interventi che favoriscano efficacemente l’incrocio domanda-offerta: a cominciare dal fissare quote di ingresso davvero adeguate alle reali esigenze interne (cosa che nessuna legge finora è stata in grado di fare); o per esempio dal riformare il visto turistico, in modo da adattarlo realmente alla funzione per cui è utilizzato, e cioè la ricerca di un lavoro: oggi spesso succede che chi trova un lavoro regolare nel periodo “turistico”, debba aspettare mesi per la carta di soggiorno, tali da far decadere il beneficio del visto, e con esso la possibilità di permanere in Italia. Cosa che alla fine viene spesso elusa con un contratto di lavoro in nero.
Dunque sotto questi aspetti sono tante le leve su cui poter intervenire.

Ma, dicevamo, il problema è soprattutto di tipo culturale.
Gli italiani non sono preparati allo straniero: lo temono, non lo accettano, non lo integrano. E ciò che è più grave, le istituzioni non si preoccupano di affrontare organicamente questo aspetto del problema. Che è squisitamente di impostazione culturale e politica.
Quale modello, dunque, per l’integrazione? Questa è la domanda a cui occorre rispondere.
Una risposta che per essere davvero efficace, non può che pervenire dal mondo laico, che è quello meglio attrezzato per poter discutere in modo non ideologico e senza preconcetti.
Scendiamo quindi nel merito delle risposte: di fronte a noi abbiamo due diverse filosofie, che sottendono a un diverso modo di concepire la laicità.

La prima è una concezione “assimilazionista”, che considera tutti gli stranieri come singoli individui. L’extracomunitario che entra in Italia, a prescindere dall’etnia di appartenenza e dal Paese d’origine, è riconosciuto come persona fisica e non anche come parte di una comunità di stranieri, e pertanto deve relegare culture, tradizioni e religioni nella propria sfera privata, ed attenersi nella vita pubblica alle regole del nostro Paese.
Si tratta di una filosofia coerente con la laicità come l’abbiamo intesa finora, caratterizzata da un approccio distaccato da ogni sfera culturale e religiosa. Una filosofia che si fonda esclusivamente su un solo pilastro: la netta separazione tra Stato e Chiesa (dovremmo dire "tra Stato e Chiese", in questo caso). Uno Stato che proprio per questo, a maggior ragione, deve presentarsi nella sostanza e nella forma, come inequivocabilmente laico.

La seconda filosofia che abbiamo di fronte è quella del “multiculturalismo”. Il multiculturalismo non prescinde dalla divisione tra Stato e Chiesa, che resta un punto cardine della laicità, mantiene i principi di fondo della responsabilità individuale, ma va anche oltre questi presupposti, e li arricchisce di nuovi orizzonti. Perché considera gli immigrati non solo come singoli individui, ma li riconosce anche come gruppi dotati di identità culturali distinte e quindi portatori di interessi particolari. Il multiculturalismo dunque, tiene conto delle diversità. Non le piega cinicamente ad una realtà esistente che tra l’altro, nel caso italiano, significherebbe assimilazione coatta ad un’impronta cattolica.

Questo approccio è a mio avviso più rispondente alla complessa realtà che stiamo vivendo, ai processi di trasformazione sociale e culturale.
Anche se richiede un ripensamento dei canoni della laicità tradizionale.
Io credo che oggi, di fronte ad una società in cui i laici non si confrontano più solo con la cultura cattolica (e quindi non hanno più bisogno di rappresentare “l’altra faccia di una medaglia”), ma devono rapportarsi anche con la presenza di comunità straniere con usi e costumi anche profondamente diversi tra loro, e devono affrontare il problema dell’interazione e dell’integrazione tra queste culture, i laici debbano più che mai farsi promotori di una “legislazione per una società plurale”. Cioè occorre che si calino nelle diverse realtà culturali che si formano nel Paese e sappiano offrire un approccio inclusivo e non limitante di queste culture.
D’altronde siamo in una società globalizzata e questa risposta, che tradotta sul piano pratico naturalmente appare molto complessa, si impone come fondamento di un ruolo nuovo e trainante che i laici devono sentirsi addosso per guidare il processo di trasformazione sociale che stiamo vivendo.
Questo approccio, che ha il pregio di non considerare l’immigrazione come fenomeno nel suo insieme, ma di tenere conto di tutta la complessità di motivazioni, caratteristiche, propensioni peculiari di ciascun gruppo, obbliga a declinare la politica dei laici su tutti i fronti della vita sociale: dal lavoro, ai nuclei sociali familiari, alla scuola, ai diritti civili, all’etica, alla legalità, alla giustizia.
Mi mancherebbe il tempo in questa occasione di entrare nel dettaglio di questi campi d’azione, che meriterebbero ciascuno degli approfondimenti specifici.
Ma mi limito a dire che se i laici sapranno incarnare nel modo giusto questo grande fenomeno di cambiamento sociale e culturale, saranno l’avanguardia della politica di domani. E potranno ambire, forse, finalmente, ad offrirsi come alternativa credibile e necessaria al clericalismo dominante.

Per questo è importante che le culture laiche comincino un confronto. Un confronto anzitutto sui temi, che porti a favorire una convergenza politica, una collaborazione, una forma anche più stringente di strategia comune, che faccia crescere nel nostro Paese uno spazio di agibilità autonomo e visibile. Uno spazio che sia il controcanto alle tendenze omologanti e compromissorie che stanno emergendo in ossequio alle istanze della Chiesa cattolica, vero ostacolo sulla strada dell’emancipazione e del progresso.

Siamo tante flebili voci in un coro assordante. Uniamole, queste voci, e cominciamo a parlare: qualche buona eresia può Casella di testo: Assimilazione o multiculturalismo:
i casi francese e britannico

di Tommaso Ciuffoletti


Il titolo di questo incontro è “Verso un modello laico d’integrazione”, un tema estremamente ampio che può fornire numerosi spunti per una discussione che tocca uno dei nodi cruciali della modernità ed una delle sfide decisive per le istituzioni di fronte ai cambiamenti delle nostre società.

Le chiavi di lettura ovviamente possono essere molteplici; in particolare, in questa breve relazione introduttiva, si cercherà d’inquadrare le linee principali di alcuni modelli che hanno ispirato l’azione di stati europei nella gestione dei rapporti con etnie non autoctone; per dare infine uno sguardo alle politiche attuate dall’Unione Europea. 
Nel far ciò si tenga innanzitutto presente che si tratta di modelli che sono cambiati nel corso del tempo e si consideri inoltre che nell’illustrarli sarà inevitabile operare un certo grado di astrazione. Del resto, come ha scritto André Glucksmann in un articolo  pubblicato durante il periodo della cosiddetta “rivolta delle banlieues” del 2005: “quando gli esperti parlano di scacco al modello francese o americano, misurano una realtà feroce con il metro di un’integrazione ideale che non trova realizzazione in alcun luogo”.

IL CASO FRANCESE 

Proprio le parole di Glucksmann e l’episodio a cui si riferiscono, offrono lo spunto per trattare subito del caso francese. La rivolta delle banlieues di due anni fa, infatti, ha sorpreso l’Europa intera in maniera quasi scioccante; un’Europa che aveva visto, poco prima una violenta anarchia scatenarsi nella New Orleans devastata dagli effetti dell’uragano Katrina e che con troppa leggerezza aveva puntato il dito contro i fallimenti del meltin’ pot statunitense.
In realtà la stessa Europa, e la Francia in particolare, avevano già vissuto episodi simili a quelli del 2005 in varie precedenti occasioni – tra gli altri vale la pena ricordare i disordini del 1981 a Lione o del 1991 sempre a Parigi.
Tuttavia sono state proprio le vicende del 2005 a suonare come un campanello d’allarme particolarmente grave, avvertito ben oltre i confini francesi, e che ha spinto a riflessioni molto attente e preoccupate. Nel considerare ciò non si può trascurare come la sensibilità nella percezione delle difficoltà connesse ai processi d’integrazione sia profondamente mutata dopo l’11 settembre 2001, e soprattutto dopo gli episodi che hanno riguardato direttamente l’Europa con gli attentati dell’11 marzo 2004 a Madrid, e del 7 luglio 2005 a Londra.

Il modello assimilazionista
Si è parlato allora di crisi del “modello francese d’integrazione”, ma per valutare della fondatezza di tale giudizio e delle sue eventuali ragioni è necessario chiarire cosa s’intende per “modello francese”.
Per farlo sono utili le parole di un editoriale di Sergio Soave, pubblicato su ItaliaOggi proprio nel novembre 2005: “fin dall’800 la concezione francese dei rapporti con etnie non autoctone è stata assai peculiare, per il fatto che era basata più sull’obiettivo dell’assimilazione che su quello dell’integrazione … Il principio dell’assimilazione laica consiste nella convinzione che la superiorità nell’ambito culturale e in quello dei costumi della società francese, si sarebbe imposta per forza propria a tutti i cittadini, compresi quelli di origine straniera. La recente legge che vieta d’indossare il velo islamico alle studentesse delle scuole pubbliche in Francia è un’espressione di questa di assimilazione attraverso la secolarizzazione, cioè il confinamento della religione nella sfera privata”.
Questo tipo d’impostazione è il risultato di un processo storico molto lungo, dato che la Francia è il paese europeo in cui l’immigrazione è più antica ed ha assolto più complesse funzioni. La Francia, alla vigilia della rivoluzione del 1789, era infatti il paese di gran lunga più popoloso d’Europa, ma nei primi decenni del secolo seguente subì il contraccolpo demografico delle guerre rivoluzionarie e delle guerre napoleoniche e conobbe poi, prima degli altri paesi europei, una forte caduta del tasso di natalità. Così a partire dalla prima metà del 1800 – quando il paese si avviò sulla strada dell’industrializzazione – emerse una consistente domanda di forza-lavoro che l’offerta interna non poteva soddisfare. Molto sommariamente si può dire che una simile situazione si è protratta – tra alti e bassi – fino ai giorni nostri.
In questo contesto maturano le linee cardine di un modello che presupponeva l’assimilazione degli immigrati per quanto concerneva la lingua, la cultura e possibilmente la stessa mentalità. Ad essi si rivolgeva un invito a rinunciare alla propria identità etnico-culturale, in cambio della quale lo Stato estendeva loro tutti i diritti dei cittadini, concedendo la piena cittadinanza e facendoli diventare, in altre parole, dei veri e propri “enfants de la patrie” (si pensi ad esempio che lo jus soli vige in Francia sin dal 1889.

La sua crisi
Date queste premesse – che hanno tracciato in maniera estremamente sommaria un quadro di ciò che s’intende quando si parla di modello assimilazionista alla francese - quali possono essere i principali fattori di crisi che hanno portato alla rivolta delle banlieues del 2005?
Possiamo brevemente individuare due diversi tipi di fattori: di carattere “sistemico” i primi, di carattere “culturale” i secondi.

Nel trattare dei primi, quelli “sistemici” ci riferiamo in particolare ai meccanismi di promozione individuale e sociale. 
Primo fra tutti la possibilità di disporre di un mercato del lavoro aperto e ragionevolmente accessibile al più ampio numero di persone possibile, tanto più per coloro che s’intende considerare “cittadini”. Il governo francese – coerentemente con la propria idea di cittadinanza – non produce statistiche ordinate in base alla provenienza dei propri cittadini, tuttavia alcuni istituti hanno misurato che il tasso di disoccupazione tra immigrati e figli d’immigrati sia da 2 a 4 volte superiore rispetto alla media. Una media che è già molto alta. In Francia, infatti, il tasso di disoccupazione è del 10% e fra i giovani sale al 23%. Quello francese è un mercato del lavoro fortemente diviso fra insider e outsider, dove gli impieghi permanenti sono così protetti dalle leggi che i datori di lavoro preferiscono evitare di crearne di nuovi, preferendo invece contratti temporanei, la cui spesso eccessiva flessibilità contrasta apertamente con le garanzie degli insider.
Si consideri poi il luogo in cui sono originate le rivolte: le banlieues, grandi edifici per alloggi pubblici; e si consideri la differente rilevanza che passa tra l’essere o meno proprietari della casa in cui si vive. Negli Stati Uniti, ad esempio, circa la metà degli immigrati latinoamericani è attualmente proprietaria della casa in cui vive, grazie a specifici programmi di sostegno al credito.
Si consideri, infine, come la situazione di outsider di gran parte degli immigrati sia resa evidente dall’assenza di cittadini di origine straniera nei grandi media francesi e addirittura in Parlamento, dove, ad eccezione di color che rappresentano i territori d’oltremare – non esistono rappresentanti di minoranze etniche. Solo la grande nazionale di calcio transalpina può vantare tra le proprie fila esempi d’integrazione riuscita (si pensi a Zidane o Vieira, entrambi non francesi di nascita).

L’altro ordine di fattori, che per comodità d’illustrazione abbiamo definito culturali e che s’intrecciano in maniera molto stretta con quelli appena descritti, riguardano il fatto che, a partire dagli anni ’70, - come ha scritto in un recente saggio il professor Umberto Melotti – “gli immigrati giungono da paesi culturalmente sempre più lontani, meno facilmente assimilabili di quelli che un tempo provenivano dai vicini paesi latini e cattolici. 
A ciò si è aggiunta la crisi delle grandi agenzie di socializzazione (fabbrica, scuola, esercito, sindacati, partiti di massa) e anche la Chiesa (che pure in Francia ha avuto in merito un ruolo minore che in Italia) riesce a far sentire sempre meno la propria voce agli immigrati, fra cui prevalgono ormai nettamente i musulmani”. Ed al riguardo si devono considerare le peculiarità di un mondo musulmano che vive nella spesso tragica difficoltà di reinventare se stesso al di fuori dei suoi territori tradizionali e delle sue tradizioni culturali, di fronte alla quale si fanno sempre più insidiose le sirene di un radicalismo politicizzato e non di rado estremista.
Si tenga infine conto di come, davanti alle difficoltà appena esposte, lo stesso progetto assimilazionista appare intrinsecamente meno legittimo, mano a mano che si dissolvono le convinzioni nella missione civilizzatrice della Francia e si diffonde un nuovo modo di confrontarsi con la diversità culturale in senso lato.

Le soluzioni in atto
Quali sono dunque le strade che si sta cercando di percorrere per correggere il “modello francese”.

Sul piano degli interventi amministrativi, per quanto rimanga diffuso il rifiuto per gli interventi speciali a favore dei cittadini di origine straniera, si sta iniziando sempre più a considerarne l’opportunità.
Inoltre si osserva anche un timido avvicinamento verso il “modello multiculturale” - caratteristico della Gran Bretagna e che analizzeremo tra breve. Nel 2003 è stato infatti istituito il Consiglio Francese della Fede Mussulmana, con l’intenzione di offrire all’Islam una voce politica univoca ed autorevole – anche oltre la reale autorevolezza dei componenti del Consiglio – e a cui si affiancano altre organizzazioni più “radicali”, come l’Unione delle Organizzazioni Islamiche di Francia.
Si consideri poi come la cosiddetta “Legge sulla laicità” del 15 marzo 2004, pur vietando di entrare negli edifici pubblici, fra cui le scuole statali, con simboli e capi di abbigliamento che ostentino appartenenze religiose e politiche, ha ammesso segni “discreti” di fede o di origine. La commissione che aveva preparato la legge aveva anche avanzato il suggerimento – poi non accolto – d’inserire nel calendario delle festività ufficiali la più importante ricorrenza ebraica, lo Yom Kippur (il giorno dell’espiazione), e la più importante ricorrenza islamica, l’Aid-el-Kebir (il giorno del sacrificio), caldeggiando anche di rispettare in tutti i servizi pubblici (dalle scuole agli ospedali), per quanto possibile, le diverse sensibilità culturali e religiose.
Sembra così defnirsi un quadro in cui si rafforza l’idea che la laicità, pur confermata come valore irrinunciabile della Repubblica, possa essere reinterpretata come strumento per favorire la convivenza civile in un paese ormai multietnico e multireligioso. Una laicità desacralizzata – è stato scritto – per favorire non solo la tolleranza reciproca, ma anche l’integrazione.
Da un lato, dunque, si cerca di favorire la rappresentatività, sulla base specifiche caratteristiche etnico-religiose, delle comunità d’immigrati, ma dall’altro si cerca di rafforzare il senso della cittadinanza ed il suo legame con dei valori, un destino, una storia ed una identità.
Nicolas Sarkozy, da poche ore eletto Presidente della Francia, nel suo discorso per l’inizio della campagna elettorale del secondo turno, ha dichiarato: “Perché io parlo della Francia? Della sua identità, dei suoi valori? Perché sono divenute parolacce? Perché sostengo che nell’identità francese ci sono valori non negoziabili? L’eguaglianza tra uomo e donna, la laicità, la libertà di coscienza, il no alla poligamia, all’infibulazione, al matrimonio forzato sono valori non negoziabili”.
E ancora prosegue Sarkozy: “Perché dico che a quelli che vogliono diventare francesi dobbiamo offrire la fierezza di essere francesi e di condividere l’identità francese? … Perché tanto odio? Perché dico che il comunitarismo che rinchiude tutti nelle proprie origini non è compatibile con la Repubblica e che il rifiuto del com’unitarismo non negoziabile? Perché tanto odio? Perché dico che la laicità non è l’odio di tutte le religioni, bensì il rispetto di tutte le credenze?”
Nonostante alcune deviazioni, a quanto emerge anche dalle parole di Sarkozy, le linee guida del “modello francese” rimangono salde, anzi si rafforzano nel cercare nuove ragioni per sostenere il valore dell’identità francese. Allo stesso modo, però, rimangono sul tavolo i problemi che abbiamo prima accennato e che Sarkozy, adesso che è Presidente della Repubblica, dovrà cercare di risolvere, forte anche delle sue precedenti esperienze come ministro dell’Interno e dell’Economia.

Un’immagine del convegno svolto a Palazzo Marini

Casella di testo: Per una buona integrazione
bisogna operare alla fonte

di Maurizio Zaffi


È indubbio che la società e le imprese italiane, cooperative e non, abbiano bisogno, oggi più di ieri, di forza-lavoro, anche extracomunitaria: gli stranieri rappresentano una componente sempre più stabile della popolazione attiva nel nostro Paese.

Nel Rapporto Cnel sul mercato del lavoro 2005, si legge che il tasso di occupazione in Italia sta riprendendo quota proprio in virtù dell’apporto della manodopera straniera e grazie agli interventi di regolarizzazione degli immigrati: nell’anno citato, risultano circa 1.169.000 i lavoratori provenienti da altri Paesi, ovvero il 5,2% del dato complessivo.

Gli immigrati incidono oggi per un sesto sul totale delle assunzioni annuali e, secondo le previsioni Eurostat/Istat, i giovani lavoratori italiani diminuiranno di 1.350.000 unità nel 2010 e di 3.209.000 unità nel 2020.

Secondo quanto riportato nel Primo rapporto nazionale “Famiglie migranti” dell’Iref (Istituto di ricerca delle Acli) realizzato nel 2006, che indaga appunto sui processi di integrazione sociale delle famiglie immigrate in Italia, il 60% delle stesse intende stabilirsi definitivamente nel nostro Paese.

Proprio in questo quadro si colloca il lavoro costante delle Parti sociali e quindi anche della nostra Associazione, in particolare del nostro Settore sociale, da anni rivolto ad onorare gli impegni assunti nell’ambito degli accordi bilaterali per la gestione dei flussi migratori, sottoscritti dal Ministero della Solidarietà sociale con i Paesi d’origine e finalizzati a creare le condizioni più favorevoli per l’integrazione socio-lavorativa degli immigrati.

Nostro convincimento è infatti che il problema dell’integrazione non vada affrontato con risposte di tipo assistenziale, ormai inadeguate alle dimensioni del fenomeno, bensì facendoci promotori di interventi che tengano conto del carattere strutturale dello stesso e delle articolate esigenze ad esso collegate: in particolare, la parola d’ordine è agire nei Paesi d’origine attraverso iniziative in loco di formazione linguistica e professionale, nonché programmi di alfabetizzazione e di educazione incentrati sulla lingua, ma anche sulla cultura italiana. Questa la via che si sta già sperimentando da parte delle nostre cooperative, soprattutto le sociali, devo dire anche con successo, per incentivare i canali legali di immigrazione e ridurre le difficoltà di integrazione: ciò accade con maggior frequenza nei territori in cui la Cooperazione è matura.

Ma, al di là del lavoro a livello istituzionale, occorre anche sottolineare che la formula cooperativa ed il desiderio di impresa degli immigrati trovano sempre più solidi e costruttivi punti di convergenza: questo a conferma della vitalità e della versatilità dell’impresa cooperativa, capace di adattarsi nel tempo all’evoluzione dei bisogni sociali e di fornire ad essi adeguate risposte.

Fatta questa premessa, dal mio punto di vista di rappresentante di imprese e, a mia volta, imprenditore, vi riporto alcune riflessioni di carattere generale sul tema qui in discussione, che ho raccolto in tempi relativamente recenti e che sono servite per una mia elaborazione, non soltanto personale.

Parto dalle esigenze proprio degli imprenditori. Il primo punto riguarda la legalità: il suo rispetto manifesta un’esigenza sempre più diffusa, ma è chiaro che la chiave della repressione o della vigilanza secondo la formula “un carabiniere per ogni immigrato” non può essere efficace, né può costituire la soluzione al problema. Non mi nascondo che questa esigenza è ingigantita dai media, ma dobbiamo pur convincerci che è reale.

Qualcuno ha detto giustamente che la legalità nasce da una cultura che si diffonde e si afferma dal basso e non può essere imposta con squilli di tromba: ebbene, mi trovo completamente d’accordo.

Una seconda esigenza. Prendere atto che viviamo in una società aperta vuol dire necessariamente anche prendere atto che essa è formata da attori sociali con culture e tradizioni diverse, apparentemente ferme e radicate, ma invece suscettibili nel tempo di trasformazione e di integrazione: questo vale per il singolo individuo, ma anche a livello di gruppo. È assolutamente da scongiurare quindi la creazione di nuclei isolati, chiusi in se stessi, che costituiscono soltanto la premessa all’insorgere di motivi ed occasioni di contrasto con l’ambiente circostante.

Altra osservazione, l’ultima che intendo ricordare e che condivido è che nelle società aperte ogni uomo non assomiglia al proprio padre, bensì al proprio tempo: ciò a dire che in una società razionale, laica e civile, dobbiamo assumere come obiettivo - ma anche percepire come obbligo – quello di fornire agli immigrati gli strumenti per crescere con noi, a partire dalla lingua. Perciò non dobbiamo autorizzare le scuole separate, di nessun tipo, per nessuna etnia, perché rischiano di essere fattori di isolamento e di chiusura. Non so cosa pensare dell’affidamento dell’insegnamento dell’italiano alle rappresentanze UCOOI.

Solo tenendo conto dei sopra esposti princìpi e cercando di metterli in pratica, sarà possibile, a mio avviso, mutare la percezione dello stato di “esiliato”, cioè della persona ricordata da Arsena, in quella, ben diversa, di “diasporico”, termine – ben indovinato - che indica la situazione di chi si sente ancora membro di un gruppo nel quale mantiene fede alla propria cultura di origine, ma si adopera per acquisire tutti gli elementi atti a garantire una piena e reale capacità di integrazione per sé e per tutti i membri del gruppo stesso.

Va molto di moda oggi discutere se i pregi e i difetti riferibili alle posizioni attuali dei laici provengano direttamente dalla Costituzione repubblicana del ’47. Da buon laico, non mi sento di negarlo. Sapete però, proprio ieri pomeriggio una cooperativa di Senigallia, il “Centro Cooperativo  Mazziniano”, vicina di casa della Sezione “Chiostergi” del PRI e dell’Associazione Mazziniana Italiana, mi ha regalato un libro di Manzi, Montesi, Pupilli, Piccioni e Severini, intitolato “La primavera della nazione: la Repubblica Romana del 1849”.

Sul punto, basterebbe leggere i primi 10 articoli della Costituzione della Repubblica Romana: vi troveremo e vi troverete qualcosa di estremamente moderno. Ma mi importa anche riportarVi la frase di Mark Bloch, tratta dall’Apologia della storia, che precede l’introduzione e con la quale mi sento di chiudere il mio discorso di imprenditore: “Il passato è, per definizione, un dato non modificabile. Ma la conoscenza del passato è una cosa in fieri, che si trasforma e si perfeziona incessantemente”.

Roma, 8 maggio 2007

Convegno

Verso un modello laico di integrazione

La risposta delle istituzioni

alle sfide della società multiculturale

 

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