Casella di testo: FORUM PER L’UNITA’ DEI
repubblicani
Casella di testo: Lettera a Valbonesi
Autonomi nel centrosinistra
per ritrovare ruolo e unità

di Paolo Arsena


Caro Widmer,

la prospettiva di una “terza via”, portata in seno al Partito Repubblicano, è sicuramente interessante e meritevole di essere approfondita. Il convegno di Forlì è stato positivo, anche per l’elevato contributo dei suoi relatori, sebbene da parte di Francesco Nucara non ci sia stata alcuna risposta chiara e tangibile sull’argomento.
Per evitare che l’evento possa rimanere fine a se stesso e cadere nel vuoto in cui la relazione del segretario l’ha lasciato, esso va necessariamente inquadrato in una cornice unitaria di tutti i repubblicani che non si sentono organici o affini al centrodestra.

Vorrei quindi esprimermi sul tema da te sollevato proprio in questa chiave unitaria.

Siamo d’accordo sul fatto che nel bipolarismo ci stiamo stretti.
E’ un sistema che tutto mescola e tutto comprime, e che costringe entrambi gli schieramenti a scelte innaturali e a coabitazioni forzate. Lo ha riassunto molto bene Enrico Cisnetto nel suo intervento: “se il bipolarismo ha dato stabilità, non ha garantito la governabilità. E la stabilità senza la governabilità non serve a niente”. Anzi, è peggio, perché imbriglia il Paese nell’ibrido e nel compromesso, da un lato rinunciando alla qualità delle trasformazioni, e dall’altro restando in balìa di un continuo rimbalzo di riforme e controriforme ad ogni cambio di legislatura.
In più, in questo sistema la cultura repubblicana (e più in generale laica e democratico-liberale) non trova spazi autonomi e coerenti per influire quanto meriterebbe, dovendosi barcamenare tra la ricerca spasmodica di piccoli strapuntini e l’elaborazione di timide proposte politiche spesso condizionate, e comunque prive della visibilità e della risonanza necessarie.
A tutto questo voi suggerite una risposta, incanalata nel solco dell’ELDR europeo e svincolata dai poli esistenti.
Si tratta quanto meno di un’ipotesi che merita di essere valutata, su cui ho alcune riserve che voglio muovere in modo costruttivo.

Un primo rilievo riguarda la definizione di “terza via”.
L’Italia politica esprime, sia pure in potenza, almeno cinque-sei poli in grado di incarnare visioni del Paese in tutto o in parte diverse: una sinistra radicale, una forza riformista di matrice socialista (o catto-socialista), un’area cattolica, una laico-progressista, una destra liberista, una destra sociale e conservatrice.
Parlare di “terza via”, pertanto, non identifica un filone politico-culturale, ma determina in prima istanza una scelta di campo diversa dalla destra e dalla sinistra. Cosa che comporta l’incunearsi di una piccola e debole forza tra due macigni. Una forza che non potrebbe avere respiro da sola e finirebbe ignorata e schiacciata da un elettorato ormai abituato ad uno schema dualistico. Un terzo polo potrà esistere e sopravvivere solo se sostanziato, nei numeri, da un centro cattolico. Cosa che ridurrebbe laici e repubblicani nella stessa condizione odierna di disagio, di subordinazione e di infeconda mistura.

Ciò che dobbiamo auspicare dunque non è la mera nascita di un terzo polo, ma il passaggio ad un vero sistema multipolare, accompagnato e favorito da una legge elettorale che sappia dotare l’agglomerato vincente di tutta la forza necessaria per governare.
Non è pertanto di “terza via” che si dovrebbe parlare. Ma di una via chiamata per nome e cognome: “laica e democratico-liberale”.
Allora il discorso può prendere una piega diversa.

La mia opinione è che questo sistema bipolare porti con sé tutte le condizioni per essere scompaginato dall’interno, alla fine di un processo corale, e non attraverso l’operazione solitaria e avventurosa di un piccolo gruppo, alla prova dei fatti, velleitaria.
E tale convinzione si basa su due elementi di stretta contingenza che possono favorire questo cambiamento:

- l’uscita di scena di Berlusconi;
- l’operazione Partito Democratico.

Il primo punto è chiaro. Berlusconi è stato il principale fattore che ha cementato la spaccatura del Paese in due fazioni. Il bipolarismo è stato sostanziato dalla sua presenza, perché le coalizioni, nel suo nome o contro di lui, hanno trovato gli stimoli e la linfa per restare unite, malgrado le manifeste eterogeneità. Ma Berlusconi non è eterno, e si avvia ormai al tramonto, se non altro per ragioni di età. Se non abbandona prima, è comunque molto difficile vederlo ancora in prima fila con la prossima legislatura. Senza di lui, tutto tornerebbe in discussione.
Il secondo punto, invece, si basa sul fatto che, comunque vada a finire, l’operazione Partito Democratico sarà destabilizzante per il governo e per l’Unione.
Se nasce questo nuovo soggetto, esso avrà l’effetto (già palpabile oggi) di unire Ds e Margherita, ma di provocare scissioni ed emorragie al loro interno. Cioè di irrobustire da un lato la sinistra radicale con nuove significative aggiunte e dall’altro l’area “centrista” e quella più marcatamente laica con soggetti non disposti a mediarsi e a confondersi nel nuovo contenitore. In sostanza il PD, rafforzando un nucleo centrale moderato, aprirà spazi alla sua sinistra, al suo fianco e alla sua destra.
Se invece il progetto non decollerà, ogni partito si sentirà libero di coltivare in autonomia il proprio percorso, e lo stesso governo resterà in bilico per tutta la sua durata, sensibile ad ogni possibile evoluzione del panorama politico.

Nella nostra ottica, pertanto, il discorso può diventare interessante.
Ciò che occorre fare è organizzarsi per essere pronti a raccogliere i frutti dei prossimi possibili cambiamenti e volgerli al progetto di un polo laico visibile e autonomo.
Organizzarsi significa costruire presto un primo nucleo coeso capace di condividere progetti e contenuti. Un nucleo che, come repubblicani, deve vederci tutti assieme, ricomposti in un solo soggetto, per far pesare la nostra tradizione nel confronto-incontro con altre realtà del mondo laico, democratico e liberale.
Credo che in quest’ottica, sarebbe stato importante ancorare il tema del convegno di Forlì anche al processo unitario nato con l’assemblea “Oltre la diaspora”, cui tu stesso hai aderito e partecipato, contribuendo attivamente alla stesura del documento finale e alla nascita del Forum per l’Unità dei Repubblicani.

Se dunque questo può essere l’obiettivo condiviso, qual è il modo migliore per tornare insieme? E qual è il nostro possibile terreno d’incontro?

Sul metodo, certamente molto conterà l’elaborazione dei contenuti. Contenuti che sappiano rilanciare in chiave moderna il tema della laicità, oggi di stringente attualità e bisognoso di essere plasmato su una società che cambia in senso multiculturale; contenuti in grado di dare un orizzonte al Paese in tema di economia e di sviluppo, senza trascurare l’attenzione alla politica energetica e all’implemento della ricerca. Contenuti che definiscano la nostra impronta su scuola, etica, giustizia, istituzioni, diritti civili, Europa.
Alla cultura repubblicana serve una profonda rielaborazione per tornare ad essere attuale e appetibile per il Paese. Se quest’opera nasce in modo corale e complementare tra le nostre componenti, sui contenuti possiamo costruire un’ottima base di partenza.

Ma oltre a questo, è opportuno affrontare il tema più spinoso, che è quello del luogo fisico d’incontro, del punto geografico di residenza sulla cartina politica.
Se il bipolarismo possiede le condizioni per disfarsi dall’interno, oggi dobbiamo continuare a lavorare insieme dentro uno dei due poli esistenti.
E la scelta non può che cadere sul centrosinistra. Se non per tutti, almeno per uno o più dei seguenti motivi: perché il centrosinistra è stata storicamente e anche recentemente, l’unica casa abitata da tutti i gruppi repubblicani; perché l’altra metà (o più) del repubblicanesimo odierno, ha fatto della lotta a questo centrodestra una questione esiziale e identitaria, non negoziabile e non reversibile; perché il Partito Repubblicano, a differenza delle altre componenti, mantiene al suo interno una forte minoranza su posizioni di schieramento del tutto avverse alla linea della segreteria; perché il centrosinistra appare più frammentato e articolato del centrodestra, e quindi per noi più fertile e dinamico; infine, perché è chiaro che se Berlusconi rappresenta uno dei principali ostacoli al cambiamento degli assetti politici, chiunque ambisca a questi cambiamenti non può rafforzarlo e schierarsi al suo fianco.

Stare a sinistra significa però starci in posizione autonoma. Distinta da quel Partito Democratico che costituisce la seconda gamba del bipolarismo e l’idrovora di ogni cultura.

Questo, a mio avviso, è il nostro baricentro possibile. Un baricentro che ha il pregio di non essere solo il frutto di una media aritmetica o di una mediazione politica, ma di rappresentare esso stesso una reale opportunità di sviluppo.
Questa meta richiede un sacrificio multilaterale, perché rilevanti segmenti repubblicani del centrosinistra sono oggi appiattiti sulla linea ulivista.

Nel Mre, qualche flebile segnale di cambiamento c’è stato. Anche sull’onda della nostra iniziativa del 30 settembre, il congresso ha introdotto, nelle tesi iniziali del segretario, correttivi che aprono la possibilità anche a strade diverse dal Partito Democratico e che perseguono il rafforzamento unitario dei repubblicani nel centrosinistra. Sono impulsi venuti dal basso e raccolti da una parte non trascurabile del gruppo dirigente.
Occorre che anche nel PRI le anime più avanguardiste inducano ad un graduale ripensamento.

Oggi l’unità è più vicina di ieri. Abbiamo costruito uno strumento operativo che può risultare efficace per questo percorso. Quello di un’associazione che tiene i piedi fuori e le mani immerse nella mischia. Qualche risultato, anche piccolo, è stato ottenuto.
Occorre però che dentro al Forum maturi presto la chiara condivisione di uno stesso progetto.
Insieme, potremo cominciare a dialogare con la diaspora liberale e con le parti migliori della morente Rosa nel Pugno, e ricostruire su nuove basi, con passi graduali e contestuali all’evolversi dello scenario politico, un progetto laico, liberale e democratico che faccia riferimento all’ELDR.
Lo potremo fare ridando smalto a una proposta e a una posizione che sappiamo essere in sintonia col nostro elettorato e con l’ambizione di colmare un vuoto politico che l’Italia non ha mai saputo incarnare adeguatamente: quello di un polo laico di progresso.
Perché è proprio sulla laicità che sarà possibile vincere le sfide di domani.

Fraternamente.
Roma, 3 dicembre 2006
Casella di testo: Per una casa liberaldemocratica
Il Pri sciolga le ambiguità
e lavori al multipolarismo

di Sergio Savoldi


Venerdì 1 dicembre ho partecipato a Forlì al convegno promosso da Res Publica animato ed introdotto da Widmer Valbonesi. Titolo: “Mazzinianesimo, Repubblicanesimo, Liberalismo”. Relatori importanti: Scioscioli, Cisnetto, Luca Ostellino, Pasquino e per concludere il segretario del PRI Nucara.
Il tema: “La terza Via”.
Cose già dette, già proposte nel PRI dalla minoranza di Riscossa ma riesaminate con personalità esterne che hanno dato un taglio più ampio all’argomento.
Widmer Valbonesi ha riproposto con forza la terza via e la strada per una costituente liberaldemocratica di cui i repubblicani dovrebbero essere promotori e fondatori.
Pasquino è stato franco fino ad essere disarmante: siete sempre stati minoranza, siete minoranza culturale nel paese, potete contribuire a testimoniare l’esistenza di un’altra Italia ma non fatevi illusioni e soprattutto non sperate di vivere fuori dai poli.
Cisnetto invece ha tratteggiato uno scenario in cui la scuola repubblicana può divenire o meglio ritornare ad essere lievito di idee per una area ora non rappresentata e che  in una ELDR italiana potrebbe tornare a contare nel quadro politico.
E il segretario del PRI come si è espresso?
L’argomento dell’evoluzione rispetto all’attuale quadro politico è stato accuratamente evitato, generici richiami ad un impegno nel PRI di chi ora è fuori eppure si richiama all’esperienza repubblicana del passato recente e poco altro.
Ero a Forlì anche per cercare di capire dove sta andando il PRI.
Francamente devo dire di avere avuto conferma delle notizie di sbandamento che arrivano un po’ da tutta l’Italia. 
Il PRI è in grave difficoltà per il conflitto fra ex presidente e segretario e anche questo aggrava la mancanza ormai cronica di ogni disegno strategico. 
La partecipazione alla CDL è messa in discussione ma non è messo in discussione il rapporto con Berlusconi. Il PRI non partecipa alla manifestazione di Piazza S. Giovanni del 2 dicembre ma non denuncia l’alleanza; ha partecipato al tavolo dei volonterosi ma non sono mai cessate battute velenose nei confronti di esponenti del centrosinistra riformista.
Ed il segretario vuole andare a congresso, per dire e fare cosa?
Per galleggiare in un quadro politico in fermento senza fare scelte che possano pregiudicare ruoli e posizioni?
 L’attuale segretario nazionale ha detto in giugno che la dirigenza politica del PRI è consunta.
Singolare affermazione da parte di un segretario che poi non trae conclusioni conseguenti.
Ma come non veder che oltre alla dirigenza non all’altezza sono le posizioni politiche assunte che hanno consunto ruolo e visibilità del PRI, ancor di più dopo il cambio di maggioranza nel paese.
La CDL è finita, Casini non ha nessuna intenzione di mangiare i vitelli grassi di Berlusconi. La Lega non accetterà mai di entrare nel partito unico della destra, mai accetterà l’ipotesi bipartitica ed è disposta a trattare con la sinistra sul federalismo.
Ed il PRI cosa vuole? Entrare nel partito unico di Berlusconi e Fini? 
A sinistra il Partito democratico viene mandato a scadenze sempre più lontane.
La sinistra radicale non accetterà la logica bipartitica che è alla base del Partito democratico.
Quale lo scenario non improbabile allora se non una multipolarizzazione del quadro politico che vedrà premiate le forze, che sapranno creare lo spazio prima culturale e poi politico per identità reali e percepite come mancanti ora, ma necessarie per il paese.
Vera minaccia a questo quadro auspicabile è il referendum sulla legge elettorale che potrebbe addirittura vedere Prodi e Berlusconi uniti nel loro tentativo di creare di fatto partiti unici nei due poli.
Ma qui la battaglia si può condurre in ampia compagine e l’esito non è affatto scontato.
Un quadro multipolare quindi è l’obbiettivo a cui dovrebbero lavorare i repubblicani per sperare in un futuro recupero di ruolo.
Quindi più aree possibili con un sistema elettorale alla tedesca in luogo di un bipolarismo sgangherato ma una è l’ipotesi più realistica per la nostra scuola: la creazione di una alleanza liberaldemocratica italiana con riferimento europeo l’ELDR.
Il PRI ha una sola possibilità per essere una credibile partecipe e magari protagonista di questo processo: abbandonare subito l’alleanza di centro destra. Fin dal prossimo congresso che allora avrebbe un significato reale.
Altre posizioni pavide e dilatorie possono solo contribuire all’aumento di quella coltre di oblio che il paese ha ora riservato ai repubblicani tutti, dentro e fuori dal PRI.

Brescia, 7 dicembre 2006

Associazione Res Publica e Pensiero Repubblicano Romagnolo

Convegno

MAZZINIANESIMO, REPUBBLICANESIMO, LIBERALISMO

La Terza via nella prospettiva europea

 

Dibattito post-convegno

Casella di testo: Casella di testo: Assemblea del
30 settembre 2006
Oltre la diaspora
Interventi audio
Casella di testo: Dibattito online
 UNITA’ DEI REPUBBLICANI
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29 settembre 2007
Noi ragioniamo
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