Casella di testo: FORUM PER L’UNITA’ DEI
repubblicani
Casella di testo: Intervento

di Enrico Cisnetto
Presidente di “Società Aperta”

Ringrazio Valbonesi e tutti voi: un ringraziamento doppio perché, da un lato, i temi di questo convegno sono come una boccata d’aria fresca in un dibattito politico stantio che ci tocca seguire per ragioni d’ufficio, ma che non ci alletta; dall’altro, sul piano personale, perché si tratta per me di un recupero di memoria il venire in un luogo repubblicano tra repubblicani. Mi sono infatti formato nel PRI., nella FGR., iscritto da quindicenne nel 1970 fino alla morte di La Malfa nel ’79: poi vicende personali e professionali mi hanno fatto occupare d’altro. Il PRI è stato però, e sempre rimarrà, il mio partito: sono quindi particolarmente contento di trovarmi con voi a discutere un tema che sia Valbonesi sia il relatore che mi ha preceduto hanno sviscerato in chiave storica e culturale, mentre io vorrei approfittare di un tavolo a composizione variegata per ritagliarmi uno spazio di maggiore attualità.  
Innanzi tutto debbo esternare una preoccupazione che nutro da qualche tempo. Valbonesi ricordava prima che Mazzini sosteneva che il fine della democrazia è lo sviluppo morale della società; Ugo La Malfa aggiunse come importante postilla lo sviluppo economico, senza il quale non ci sarebbe dato lo sviluppo morale e si mancherebbe quindi di realizzare il fine della democrazia. Io temo che il nostro Paese si trovi in un pieno declino che rischia di mutare in decadenza: essere in declino è già grave, ma si può tentare di uscirne; una volta entrati nella fase di decadenza, occorrono invece generazioni per invertire la tendenza. La nostra situazione è particolarmente grave in quanto il pieno declino non riguarda soltanto l’economia: negli ultimi venti anni, ma soprattutto dal 1992, esiste un quadro strutturale pregiudicato che tutti gli indicatori mostrano esteso dall’aspetto economico a una condizione generale particolarmente negativa. Dal dopoguerra l’Italia è stata capace di una crescita del proprio prodotto interno lordo quanto meno pari a quella degli altri stati europei, se non degli U.S.A.. Dal  ’92 in poi siamo arretrati, perdendo punti nei confronti della media europea e degli Stati Uniti, e siamo stati raggiunti dai Paesi asiatici, soprattutto dalla Cina e India, il cui sviluppo doveva essere capito e valutato per tempo, anni fa. Per l’Italia non è grave tanto il fatto della carenza di sviluppo, quanto l’uso strumentale del concetto di declino strutturale in politica, senza che veramente ci si impegni a porre rimedio a una situazione che implica una crisi istituzionale, della giustizia, della capacità di predisporre adeguate prospettive per i giovani. 
L’Italia è un Paese con un patrimonio accumulato privato che non esiste in nessun altro Paese del
mondo. Noi abbiamo un rapporto di 1 a 9 tra il prodotto interno lordo e il patrimonio che abbia- mo accumulato nel corso di decenni scorsi. Però siamo anche il Paese che cresce di meno in assoluto nell’Occidente e quindi c’è uno stacco forte tra la produzione del reddito che non c’è più e il patrimonio accumulato e che si gestisce. Il Paese vive sul patrimonio che è stato accumulato dalle generazioni precedenti.
E voi capite che un Paese che di per sé è vecchio per età  anagrafica se imposta la sua logica attorno alla consumazione di un patrimonio accumulato precedentemente, non intorno alla produzione di un reddito nuovo, non può che essere un Paese che guarda indietro, che non dà prospettiva alcuna alle giovani generazioni. Il declino poi è anche culturale. Significativa è  l’osservazione che qualcuno ha recentemente fatto: un tempo, per conseguire rilevanti premi in giochi televisivi, occorreva per lo meno saper rispondere a una serie di specifici quesiti posti da un conduttore, il che presuppone almeno una preparazione; oggi ci si affida al caso, magari
aprendo un pacco.
In questo paradigma apparentemente banale ci sta il declino culturale che ha cancellato il merito, che non sa più distinguere i diritti e i doveri nel senso che ha completamente cancellato i doveri, ha distrutto il proprio assetto di giustizia, sia civile che penale, in un Paese che ha imboccato una strada, quella del Federalismo pensando di poter dare semplificazione e velocità decisionale, di avvicinarsi al cittadino, di cambiare la classe dirigente, di affrontare la crescita della spesa corrente, di ridurre il costo della politica, di ridurre gli ambiti di discrezionalità della politica e che invece è andato nella direzione opposta.
Si è detto che avremmo avuto con la Seconda Repubblica stabilità di governo, ma la stabilità è
importante quando c’è la governabilità, altrimenti se si stabilizza il non governo francamente non è un vantaggio, ma un danno, e poi la stabilità è una cosa tutta da dimostrare, a parte il periodo ‘94-‘96 (consideriamolo un periodo di transizione, anche se la transizione inizia nel 1992. Ma le due legislature cosiddette “piene”, quelle del  ’96 e del 2001, sono in realtà legislature che al loro interno hanno visto: quella del ’96 tre presidenti del Consiglio, quattro
governi di centro-sinistra, una media da Prima Repubblica in termini di durata dei governi, e quella del 2001-2006 è stata una legislatura piena con un “Berlusconi-bis” perché caratteristica del centro-destra è quella di non potere avere crisi in quanto la sua strutturazione interna basata sul ruolo di Silvio Berlusconi non poteva che essere così. Era però del tutto chiaro fin dal momento in cui ci furono le “dimissioni” di Tremonti da Ministro del Tesoro che quel governo e quella coalizione erano entrati in crisi, e quello che è successo dopo è semplicemente la gestione di una crisi che in altri momenti avrebbe visto il Presidente del Consiglio salire al Quirinale e dare le dimissioni.
In realtà non c’è governo della cosa pubblica, non c’è stato governo del Paese, si è prodotto un falso bipolarismo: un bipolarismo basato su due coalizioni assurdamente spurie, costruito tutto per vincere le elezioni, ma non per governare successivamente. Si sono messe insieme due coalizioni in cui è stato messo dentro tutto e il contrario di tutto per conquistare il 51%, e quel tutto e contrario di tutto si è pagato un minuto dopo la fine delle elezioni quando le contraddizioni interne alle due coalizioni hanno presentato il conto e hanno impedito con meccanismi diversi il centro-sinistra per la grave frattura che c’è fra massimalisti e riformisti, ma anche nel centro-destra per una componente localistico-giustizialista come quella della Lega, con una componente statalista del vecchio M.S.I., di un pezzo di F.I. che non ha storia politica ma che è semplicemente un partito “azienda”, somma di tante contraddizioni di un dilettantismo che al centro-destra è stato mortificante e che ha poi portato il centro-destra a perdere le elezioni. Mi ha fatto molta rabbia sentire dire che Berlusconi è stato molto bravo a recuperare: ma a recipe rare che cosa ?  Dopo essere stato cinque anni al governo, ha recuperato su ciò che aveva perso lui. Nella storia della Repubblica non c’era mai stata una larga maggioranza parlamentare come quella che ha avuto il centro-destra. 
I problemi sono gli stessi e si perpetuano nonostante la diversità che si vuol far credere abissale semplicemente perché le due coalizioni richiamano i concetti di destra e sinistra (concetti troppo vecchi per leggere la realtà del mondo moderno), ma poi sono invece divise intorno a una figura come Silvio Berlusconi. Non esiste che un sistema politico possa avere come propria discriminante l’essere pro o contro una persona. Insomma, questo sistema bipolare non ha funzionato,non ha risposto alle aspettative di cambiamento che erano state evocate come una certa dose di“nuovismo” nel 1992.
La Seconda Repubblica è fallita, è già morta, ma non se ne è fatto ancora il funerale. Il problema di questo Paese, la sua impasse, è la sua mancanza di un progetto per il futuro, La situazione è drammatica perché il Paese vive con la testa girata all’indietro. Questo impedisce di sciogliere nodi che col passare del tempo si incancreniscono e diventano sempre piu gravi, e richiederanno prezzi da pagare.
Il minimo accenno alle liberalizzazioni che abbiamo avuto ha già dimostrato quanto sarà duro far
passare nel Paese alcune cose che comportano prezzi. Ma io credo che i cittadini siano anche disposti a pagarli e rinunciare a quote del loro corporativismo se c’è un progetto, se c’è un fine, se si dimostra loro che i prezzi pagati oggi frutteranno domani. Non c’è progetto da parte di nessuno; non c’è psicologia del Paese che possa credere a quello che si trova davanti.
Eppure noi avremmo bisogno di riguardare gli insegnamenti del passato, le idee, i valori, i metodi di governo e di lavoro politico che vengono dal passato che è indicato dal titolo del nostro convegno. Abbiamo bisogno di capire il presente.
Questo è un Paese che non ha capito quello che è avvenuto nel mondo. Dal 1989 ad oggi, in 17 
anni, ci sono state cinque rivoluzioni epocali nel mondo. La rivoluzione geopolitica che è la fine del mondo bipolare con la caduta del Muro di Berlino (1989) e la fine del Comunismo; la rivoluzione tecnologica che ha completamente cambiato la faccia dell’economia nel mondo; la rivoluzione chiamata globalizzazione che ha fatto  ‘sì che l’economia non rispondesse più ai confini degli Stati, ma ci fosse un abbattimento dei confini del mercato, e ha messo in gioco nuovi paesi e nuove realtà, ha completamente sconfitto le teorie no-global che volevano si allargasse la povertà e si restringesse la ricchezza. Non è stato così: ci sono centinaia di milioni di persone che stanno modificando la loro condizione; pensate ai cinesi, pensate agli indiani. C’è stata poi la rivoluzione finanziaria, un processo di trasformazione dell’economia che è sempre meno reale, sempre più di carta, sempre più legato alla finanziarizzazione. Per noi c’è stata la scelta epocale dell’euro e delle regole europee che hanno tolto tutta una serie di opportunità anche negative; dal deficit usato come volano per lo sviluppo economico, o la svalutazione competitiva della lira.
Insomma, è cambiato completamente il mondo, ma noi non ce ne siamo accorti perché eravamo
Impegnati a vedere un sistema politico che sul mondo post-ideologico si scontrava, come se fossimo nel pieno dello scontro ideologico, tra soggetti che in realtà rappresentavano ben poco dal punto di vista della capacità di rappresentanza di idee e di culture. Quindi non possiamo guardare al futuro, non abbiamo la capacità di guardare al futuro per costruire un assetto di Paese diverso dall’attuale.
Credo sia necessario riprendere (sono totalmente d’accordo con ciò che ha detto Valbonesi nella sua introduzione) quel filone di pensiero e azione che ha unito nel corso degli anni Mazzinianesimo, Repubblicanesimo, il Liberalismo democratico di stampo gobettiano, il Federalismo, l’Azionismo per finire con l’opera di La Malfa. E’ in questo filone di pensiero e di azione che sta quella terza via da offrire da un lato a coloro che non hanno mai sentito le tentazioni marxiste in tutte le loro varianti, a cominciare da quella cattocomunista, e dall’altro a coloro che non si sono fatti abbindolare dal semplicismo del liberismo mercatista.
Mi è venuto da sorridere l’altro giorno, leggendo un’intervista di Tremonti in cui diceva che è finita l’epoca dell’ubriacatura del mercato. Io francamente non mi sono mai ubriacato del mercato come fine. Penso che il mercato sia un mezzo, ed è un mezzo, il migliore che la storia dell’uomo ha inventato, ma pur sempre un mezzo che va usato secondo una cultura politica che deve fare della politica il motore decisionale.
La politica rappresenta l’interesse generale; la politica con la P maiuscola deve ritrovare la capacità di rappresentare questo mondo, questo filone di pensiero e di azione, questa storia che oggi qui non vogliamo celebrare, ma ricordare che è una delle principali culture del nostro Paese e dell’Europa. Occorre riguardare alla storia  dei nostri Padri, Mazzini  e La Malfa, per ritrovare il coraggio, perché quello che manca è una dose massiccia di coraggio per riuscire a cambiare questo Paese.
Noi, come “Società Aperta”, un piccolo movimento di opinione che ho creato, cerchiamo di riu- nire tutti coloro che erano stanchi di questo sistema bipolare, stanchi di pensare che la politica significhi infilarsi una maglietta o un cappellino, e con un fischietto fare il tifo per qualcuno, magari per un leader ostentato. Uno degli aspetti che non mi piacciono di questo sistema politico è l’eccesso di leaderismo a fronte di una classe dirigente impresentabile, che non può essere  comparata con la classe dirigente che abbiamo conosciuto, apprezzato.
Anche in campo politico si riscontra un declino: un Paese che si era dato una legge per semplificare il quadro elettorale, ha visto un proliferare inverosimile di partiti. Opinabile è pure divenuta la vantata piena durata delle legislature della così detta Seconda Repubblica, poiché in realtà tale durata consiste in fin dei conti nella faticosa gestione di una crisi che, in condizioni normali, dovrebbe condurre alle dimissioni del governo.
La politica rappresenta gli interessi di tutti e deve ricondursi all’interesse generale. Occorrerebbe
fra l’altro una maggiore capacità di fare politica industriale, con più mercato (ossia vere liberalizzazioni), e più Europa per competere ad armi pari nei nuovi mercati dell’economia globale, nella quale non ci sono Paesi né solidi come Francia o Germania, né dinamici come la Spagna, che  possano resistere da soli. Ma l’Europa non può limitarsi a costituire una forza economica e finanziaria: deve essere in grado di prendere decisioni a maggioranza, con una vera struttura federale che unisca ciò che è diviso, secondo regole democratiche ben definite di una vera carta costituzionale.
Per quanto poi riguarda la nostra Costituzione, essa è stata violentata dal centro-sinistra e dal 
centro-destra con metodi inaccettabili e con errori di merito. In parte ha posto rimedio un referendum, ma la Carta dei padri fondatori è ancora svisata. Ecco dunque avanzare l’idea di una nuova assemblea Costituente che faccia salvi i punti fermi della democrazia enunciati nella vecchia Carta modernizzandola dove occorre. Potremmo così avere occasione di forte consapevolezza, in un momento alto durante il quale riscrivere le regole comuni togliendo dal gioco questo preteso bipolarismo che non funziona, nel quale chi è all’opposizione è sempre e comunque contro, anche magari a ciò che potrebbe condividere, mentre chi governa pretende di gestire il potere a colpi di maggioranza anche in materia costituzionale.
Dalla rottura di un sistema basato su due coalizioni che non possono funzionare, si giunga a una Terza Repubblica. Attenzione però, perché se è vero che io sono solito dire che la cosa peggiore della Prima Repubblica è averci dato la Seconda, non vorrei dover ripetere la battuta a proposito della Seconda. Non basta infatti chiudere con un sistema vecchio: occorre agire in modo adeguato e mettere a fattor comune tutta una serie di decisioni fondamentali come sono quelle delle regole comuni.
Approfitto della presenza del Segretario del P.R.I. on. Nucara per fare un appello. Poiché gli italiani sono stanchi, scontenti della situazione politica attuale, io credo ci sia uno spazio enorme,
politico ed elettorale, per poter rappresentare quella parte del mondo laico, della borghesia, dei ceti produttivi, che sin dall’inizio non si è sentita prodiana o berlusconiana e tanto meno lo si sente adesso. Penso ci sia spazio per un partito che può fare riferimento a figure come quelle di Giuseppe Mazzini o Ugo La Malfa, se è disposto a non stare al gioco di un bipolarismo che non funziona e a dire che “il re è nudo”: potrebbe ottenere il consenso di coloro che, appunto, sono stanchi di una situazione in cui non scorgono sbocchi e prospettive che invece si potrebbero offrire.
Se amiamo questo Paese, seguendo l’insegnamento di Ugo La Malfa, dobbiamo compiere un atto di coraggio perché in favore di questo Paese qualcosa dobbiamo ben fare.
Casella di testo: Intervento

di Gianfranco Pasquino
Docente Scienze Politiche Università di Bologna

Mi sono chiesto quale è il grosso contributo che darò oggi, ma mi sento di dire che se la terza via, o la terza forza, avesse metà del vigore che mette Valbonesi in queste relazioni, sarebbe già molto avanti, quasi vincente.
Invece temo che dobbiamo fare i conti da un lato con un passato che non passa e cioè con la presenza di alcune grandi forze, non dirò più o meno organizzate, ma più o meno disorganizzate, ma ancora sufficientemente grandi, e dall’altro con quello che Cisnetto ha delineato con grande
accuratezza, grande puntiglio e anche grande cattiveria, cioè che il Paese è da un po’ di tempo in  un declino la cui responsabilità non possiamo addossare soltanto all’ultimo governo-Berlusconi o ai precedenti governi di centro-sinistra. Il declino è cominciato molto prima quando probabil-mente molti di noi erano abbastanza allegri, e cioè negli anni del pentapartito: verso la fine del pentapartito comincia in realtà il declino del Paese.
Non mi soffermo più di tanto sul declino del Paese, ma metterò in evidenza alcuni aspetti che mi paiono sufficientemente rilevanti. Vorrei però evitare un pericolo, cioè che tutti ci piangessimo addosso, perchè è giusto essere preoccupati, ma sarebbe un errore pensare che ci siano stati molti tempi migliori nel passato. Probabilmente l’unico momento buono che il Paese ha davvero avuto, l’unico momento riformista durante il quale influirono in qualche modo le idee mazziniane, repubblicane, liberali  fu l’inizio del centro-sinistra: penso che questo sia innegabile. Visto che sono in ambiente repubblicano, ricordo che il contributo di Ugo La Malfa fu di straordinario rilievo, così come fu un contributo importante quello del periodo in cui La Malfa fu al governo con Aldo Moro fra il ’74 e il ’76.
Ciò detto, oggi siamo in una situazione curiosa (che poi cercherò di rendere un pochino più teorica e meno collegata sull’attualità) nella quale ci lamentiamo di governo e di parlamento. In realtà
governo e parlamento sono perfettamente indicativi di quello che il Paese è: è questo ad essere molto preoccupante. C’è da dirlo anche in maniera molto brutale se ci accorgiamo che i parlamentari inquisiti, variamente condannati, corrotti e così via, rappresentano perfettamente il Paese, non sono lì causalmente. Ci sono arrivati perché il Paese in qualche modo si sente rappresentato anche da loro. Se il governo è così spappolato, così disomogeneo, così confuso in alcune sue scelte, si spiegano queste cifre sulla Finanziaria che credo avrebbero fatto sobbalzare un uomo così attento ai numeri come Ugo La Malfa e che sono variate da 35 a 30, 37, 41, 42, 45 (e non sono in grado di dire come finirà la storia). Sta di fatto che questo è un dato interessante perché mette in rilievo come in realtà, mentre critichiamo la politica, dovremmo ricordare che sono gli uomini politici che, alla fine, occupano il potere. Padoa Schioppa non ha in realtà nessun potere: finchè Prodi lo sostiene può fare alcune cose, e se Prodi non lo sostiene Padoa Schioppa è, per cos’ dire, assolutamente impotente.
Però la sinistra è quella che è e il centro-sinistra al governo del Paese certamente è molto rappresentativo del Paese, e c’è tutta quella sinistra lì nel Paese: la conosciamo, la conoscete tutti; quando andate in giro la trovate. Non possiamo dire che non ci rappresentino: certo non rappresentano le idee che sono sul manifesto di oggi , questo no. Però, se torniamo indietro e ripercorriamo la storia italiana, ci rendiamo conto che quelle idee sono sempre state minoritarie. Mazzini era minoritario durante il Risorgimento; i liberali sono stati minoritari dopo l’unificazione: sono stati al governo forse per il brevissimo periodo ’71-’76. Già la sinistra di De Pretis non era più quasi in alcun modo liberale. I repubblicani sono stati minoritari, tranne che, per fortuna della Romagna, e non sempre, in Romagna, e questo spiega il buon governo della Romagna e il suo alto grado di civiltà: però in generale sono sempre stati minoritari (poi farò una riflessione più ampia sul Repubblicanesimo) così come i liberali sono stati quasi sempre minoritari: intendiamoci, non i liberali del Partito Liberale che non c’entrano quasi niente col Liberalismo, ma i liberali veri, cioè quelli che hanno una concezione dello Stato quale strumento al servizio dei cittadini, che deve intervenire anche in politica, ma cercando di imporre le regole, non cercando di acquisire risorse. 
I liberali che pensano che il Liberalismo è una tecnica di distribuzione del potere e del controllo del potere sono stati una minoranza infima nel Paese. Si sono variamente espressi di volta in volta (talora con successo, perché ci sono dei momenti in cui c’è un po’ di successo), ma nel complesso sono stati minoritari.
Naturalmente si pone il problema di dire perché. Certo possiamo dire che siamo stati sfortunati,
che purtroppo il papa è qui con noi (adesso è ad Ankara e pare riscuotere successo, secondo i commentatori radiofonici), che i comunisti hanno avuto un successo addirittura superiore alle loro aspettative, però la sfortuna da sola non sta mai a spiegare il perché  tutto questo è successo. Io credo che ci siano due o forse tre spiegazioni sulle quali soffermarsi, e la prima è una spiegazione in senso lato culturale, di cultura politica naturalmente.
Noi siamo quella parte del Paese (mi ci metto anch’io: poi dirò le differenze fra le mie idee e quelle dei repubblicani) che non è stata capace di inserire un corpo di idee, di principi che fossero tali da attrarre l’attenzione e forse il consenso della maggioranza degli italiani. E nel momento in cui questi principi non passavano, di questi non passava nulla laddove la trasmissione della cultura avviene, cioè non passava nulla nella Scuola e passava pochissimo nell’Università.
L’operazione culturale, il rilancio di tutti questi valori sono difficilissimi perché la Scuola fa molte altre cose ma certamente non trasmette questi valori, e perché un piccolo partito non poteva comunque riuscire ad avere una grandissima influenza in termini culturali. Se pensiamo che i democristiani hanno sempre avuto il ministero dell’Istruzione, tranne due brevissimi interludi, uno dei quali affidato a un liberale di destra come era Valitutti, ci rendiamo conto di un perché quei principi non potessero passare.
Il secondo aspetto che credo egualmente negativo è che c’è stata una scarsa capacità di pensare in termini di proiettare questi valori nel corso del tempo. Troppo spesso si ragionava in tempi brevi con scarso respiro, guardando al futuro, e non si riusciva a capire che queste politiche vanno costruite, e forse non semplicemente chiamandosi fuori (è qui la mia critica alla terza via), o dicendo “Non andate bene né voi né gli altri!”, perché credo che il modo di fare entrare alcuni di
questi valori sia di convincere una parte dello schieramento. Certo i due poli sono sgangherati, disomogenei e così via, ma a uno dei due bisogna riuscire a insegnare cosa fare; uno dei due può essere recuperabile, e io continuo a pensare che il polo di sinistra è recuperabile perché dentro la sinistra ci sono parte dei valori che sono espressi nel vostro  manifesto. E allora credo che sia lì il problema: cioè di non proporre una terza via, una terza strada, cose di questo genere che non funzionano, non hanno mai funzionato, sono fallite: tutte le terze vie sono fallite. Quando guardiamo a Blair e i suoi consiglieri dicono di avere fatto la terza via, dobbiamo considerare che loro erano la sinistra, e hanno riformulato la sinistra mettendola su un territorio sul quale si incontravano facilmente con valori che potevano almeno condividere. Se ci limitiamo a contrapporci è difficile farlo.
E adesso mi chiamo fuori, perché io mi contrappongo da dentro all’attuale sinistra: non con grandissimo successo, però, tutto sommato, con un minimo di ascolto. Sono convinto   ad una parte di quella sinistra l’ascolto serva anche, qualche volta, a evitare errori; qualche volta serve anche per proporre qualcosa di diverso.
Credo che tutto questo possa essere fatto confrontandosi in questo caso su temi e problemi, soprattutto in una fase come questa in cui temi e problemi sono molto presenti, e credo che debbano essere affrontati in tempi abbastanza brevi perché altrimenti il rischio del declino è di una accelerazione del declino.
Mi sono posto il problema di cosa dire di positivo e che cosa sottolineare di negativo, perché c’è ancora molto spazio per sottolineare di negativo esiste nel paese nel Paese, che sono alcune tematiche che né il Governo, per ragioni che non riesco a capire a comprendere del tutto, né l’Opposizione, per ragioni che invece comprendo abbastanza, intendono affrontare.        
C’è forse (mi permetto un suggerimento a Cisnetto, che peraltro lo sa perché di tanto in tanto ci incontriamo per radio e alcune cose ce le diciamo) il fatto che il Paese continua ad avere uno 
straordinario livello di corruzione, elevatissimo, che tutte le statistiche internazionali riscontrano, cioè un livello di corruzione che ci pone grosso modo al 40° posto (il 1° corrisponde a niente corruzione, come naturalmente in paesi scandinavi, e sul 40° si aggirano paesi abbastanza corrotti). Siamo nei pressi della Grecia, e lo dico scusandomi con i greci eventualmente presenti (quando faccio esempi, c’è sempre uno di quel paese che protesta), e siamo poco al di sopra della Nigeria, notoriamente non un paese privo di corruzione. E c’è un primo problema: come si fa a modernizzare un paese dove ci sono intere sacche di corruzione, molto diffuse? E questa è una battaglia, come posso dire, repubblicana, poiché qui si tratta di valori che al repubblicanesimo  come teoria politica attengono perfettamente.
Secondo problema: questo è un paese con scarsissima competizione, come possiamo anche vedere dalle statistiche fatte da varie organizzazioni internazionali. Non si tratta soltanto di competizione economica: non c’è competizione quasi in nessun settore. Ci sono rendite di posizione, ma non competizione. Questo è un paese dove le liberalizzazioni non si sa bene in che modo vengono fatte, ma certo non sono state portate avanti a sufficienza. Questo è un paese che continua ad avere un livello di istruzione in qualche modo molto inferiore a paesi allo stesso livello di sviluppo socio-economico. Non abbiamo neppure una Università tra le prime cento al mondo: io vengo da una Università (Bologna) che si vanta non solo di essere la più antica, ma anche di essere ottima, forse la migliore d’Italia; ma non è neanche fra le prime cento al mondo. Questo non incide soltanto dal punto di vista del prestigio; incide anche dal punto di vista di attrarre chi viene a fare ricerca qui anziché andare da un’altra parte.
Tutte queste cose lasciano naturalmente un segno profondo, perché, se non ci siamo adesso, non è che ci saremo fra cinque anni. Ciò richiede un impegno duraturo, rinnovato, che continua nel tempo. Un altro indicatore che mi sembra preoccupante (io so che Cisnetto ne sa più di me, ma ve lo sottopongo) riguarda gli investimenti stranieri in Italia. Ci sono alcune regioni nelle quali 
non c’è nessun tipo di investimento straniero, perché giapponesi e tedeschi non hanno nessuna intenzione di andare a investire in Sicilia, in Calabria, in Campania o in Puglia, per ragioni molto ovvie. E se voi andate in regioni paragonabili a queste, per esempio in Grecia, nella Spagna meridionale, in Portogallo, lì gli investitori tedeschi o giapponesi ci sono: questo è un indicatore pazzesco di fiducia in alcuni paesi e di sfiducia nella parte meridionale del nostro Paese. Qui, certo, potremmo fare i Leghisti dicendo “Si arrangino! Noi ce ne andiamo” o “Io mi esprimo in favore della Romagna libera” o “della Romagna rossa”, ma questa non è una soluzione che possiamo prospettare, e probabilmente neanche seguire.
Da qui faccio emergere la riflessione su perché il Mazzinianesimo, il Repubblicanesimo, in qualche modo il Liberalismo, ed io avrei aggiunto anche il Federalismo (come giustamente ha fatto Cisnetto) non hanno avuto una grande presa in Italia. Lo dirò in termini semplicissimi: perché sono tutti pensieri ideologici esigenti, cioè non fanno concessioni ma chiedono ai cittadini di comportarsi in determinati modi. Mazzini non è solamente identificabile in una visione politica che era largamente, come dire, moderna ai suoi tempi, ma è identificabile con una visione che chiama tutti a svolgere doveri, cioè a rispettare tutto quello che bisogna fare in termini  di compiti  personali e che giovano alla collettività. Il Repubblicanesimo è una teoria di diritti universali
che comprende anche i doveri universali che, incidentalmente, si troverebbe anche nella Costitu- zione italiana se mai venisse insegnata da qualche parte in qualche scuola. Il Federalismo è 
egualmente molto esigente perché pretende che le persone sappiano fare i compiti che vengono loro affidati, o, se volete, i compiti che rimangono loro; richiede cioè che ci sia anche competizione, e che poi naturalmente ci sia pure un governo che, se del caso, riesce a ovviare alle conseguenze qualche volta negative della competizione. Tutto questo è esigente nei confronti del cittadino, esigente nei confronti di una cultura politica, esigente nei confronti delle forze politiche, mentre le forze politiche dominanti non hanno questa cultura dei doveri: hanno una cultura dei diritti che molto spesso non è la cultura dei diritti, ma delle rivendicazioni. Non soltanto rivendico dei diritti nei confronti dello Stato, ma rivendico privilegi, vantaggi, protezione dei miei interessi. E’ questo che succede qui, oggi, in continuazione. Quando sono entrato ho scherzato dicendo a Valbonesi mentre passavo: “La Sinistra è sempre in ritardo agli appuntamenti!”. Però non era la mia sinistra, era la “sinistra ferroviaria”, il solito treno in ritardo. La sinistra ferroviaria ha, come si dice, n “management” che non ha rinnovato nulla dei suoi treni, e questa è naturalmente la tenaglia che l’Italia deve continuamente affrontare, cioè i manager che se ne fregano (d'altronde vengono scelti in base a criteri politici, non in base a criteri di efficienza, di capacità,
di competenza) e, naturalmente, i lavoratori del settore che fanno un po’ quello che vogliono per-
chè non c’è nessuna punizione, nessuna sanzione, e non c’è nessuna cultura dei doveri.
Dopo di che possiamo anche sostenere che c’è disagio, c’è scontento, insoddisfazione e così via, 
ma sappiamo che non possiamo uscirne semplicemente così, e non possiamo uscirne neanche dicendo: “Vi offriamo una terza via.”.
Intendiamoci: la cultura da cui vengo è sostanzialmente, come Valbonesi sa, quella del Partito d’Azione, che rimane forse persino più minoritaria del Mazzinianesimo, anche se è difficile esserlo. Il punto è però che questa è una cultura che produrrebbe delle conseguenze, ma che non ha saputo in alcun modo organizzarsi (come Partito d’Azione), e come Partito Repubblicano ha avuto alti e bassi, e a questo punto come vi è noto (non voglio immergere il coltello nella piaga) il figlio di Ugo La Malfa è da un’altra parte. E questo secondo me è preoccupante: prima di tutto per lui, ma in certo modo anche per una parte della cultura repubblicana.
Come se ne esce? Io credo che non se ne esca dicendo che bisogna fuoruscire dal bipolarismo, perché bipolarismo è, alla fine, qualcosa che consente agli elettori di cambiare idea in maniera efficace, cioè fa cadere governi, sostituisce, produce alternanza. Temo che la terza via venga fagocitata da quelli che alla fine si mettono al centro, e quelli che alla fine si mettono al centro non
sono quelli che vogliamo ( perchè immagino che lì dietro ci siano da qualche parte le parole “laico” e “laicismo”), e naturalmente il centro in questo Paese non è mai stato laico. Infatti il centro viene giustamente occupato dai democristiani: di ieri, dell’altroieri, di oggi e naturalmente di domani, perchè per le forze al centro hanno di fronte a sé l’eternità che viene loro garantita da qualche parte, forse anche al di là del Tevere.
E dunque non se ne esce così. Se ne esce, credo (e questo è però affidato a qualche cosa d’altro che non possiamo controllare), con una lunghissima battaglia culturale, di cultura politica, che però deve essere anche accompagnata da qualche visione istituzionale: cioè se ne esce cercando di sconfiggere pezzi di classe politica nella loro straordinaria voracità. Ugo La Malfa era, infatti,
magari a favore delle regioni, ma aveva detto chiaramente che non dovevano esserci le provincie: nel frattempo le provincie sono andate crescendo allegramente. Non riesco più neppure a contarle: debbono essere arrivate a 105 o 106 o107, e ci sono in questo momento per lo meno altre dieci proposte di provincie in Parlamento. Attenzione su questo: non ci sono soltanto le provincie, ma con esse ci sono i presidenti della provincie, i consiglieri provinciali, i portaborse dei presidenti delle provincie e dei consiglieri provinciali. Così la classe politica si estende, si radica, rende impossibile qualsiasi cambiamento approfondito.
Credo che potrei chiudere qui perché non ho una parola di speranza, tranne questa idea che forse
bisognerebbe individuare il punto di investimento soprattutto nella ricerca, soprattutto nell’insegnamento, soprattutto nella cultura politica. Siamo ancora lì dove, da una parte, si trovava Mazzini (con quello che diceva sulla necessità di educare gli italiani) e, dall’altra, si trovava Massimo D’Azeglio (“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”). Siamo ancora lì, però nel frattempo sono passati 150 anni e gli italiani che abbiamo fatto non sono particolarmente brillanti, e quelli che sono al governo sono ancora meno brillanti, forse, di quelli che al governo non sono, e col rischio che quelli che poi vanno al governo si dimostrino anche peggiori di quelli che già ci sono. 

VALBONESI: Vorrei tranquillizzare il Professor Pasquino che certe battaglie come l’abolizione delle province non sono sparite dal nostro programma. La direzione nazionale ha dato mandato ai parlamentari di presentare un disegno di legge di abolizione delle provincie e proprio ieri Cisnetto e Società Aperta a Milano hanno fatto un convegno sull’abolizione delle provincie.
Casella di testo: La religione progressiva costituisce 
parte della legge del progresso, inteso
come processo di continuo affinamento della sensibilità morale dell’uomo, processo che si svolge in modo tortuoso, notoriamente paragonato da Carlo Cattaneo al corso seguito dai fiumi quando raggiungono la pianura. Questa legge non riconosce verità che l’uomo debba accettare senza discutere e senza verifiche. Nuove situazioni impongono infatti nuovi problemi, i quali evidentemente esigono nuove soluzioni. Le rivoluzioni  (dice inoltre Mazzini) sono segnate da dall’inserimento di un nuovo principio all’interno dello stato di cose esistente.
La legge del dovere è lo strumento che muove il progresso senza imporre, come accade nella morale e nella cultura cattolica, sottomissioni al dogma e all’autorità: impone all’uomo di lottare per il riconoscimento dei principi nei quali egli crede. 
Questo è un aspetto dinamico sfuggito agli autori secondo cui Mazzini diffidava dei diritti alla stregua di strumenti di disgregazione, mentre è difficile trovare in altri scrittori dell’Ottocento un elenco tanto completo e dettagliato dei fondamentali diritti umani quale si trova nei “Doveri dell’uomo”.
Una società che però riconosca soltanto i diritti, secondo Mazzini, cade presto preda dell’individualismo più sfrenato, in quanto soltanto una morale del dovere può conferire alla comunità la capacità e la coesione necessarie per radicare un progresso comune.
Alla base del progresso politico Mazzini pone la Nazione il cui elemento costitutivo non è dato dal sangue o dal territorio, ma dal riconoscimento di un fine comune: essa non segna la fine della storia, ma rappresenta la forma più avanzata raggiunta nell’epoca sua dalla convivenza civile, e in futuro potranno succederle diverse e più vaste forme di aggregazione. La Nazione di Mazzini non è un territorio da fare più grande e più ricco a spese dei vicini, ma lo strumento che Dio ha dato all’uomo “per contribuire al progresso dell’umanità”.
A tali riflessioni si collegano il rifiuto di ogni specie di razzismo e la lucida comprensione dell’unità culturale europea e del processo da seguire per trasformare questa omogeneità culturale in una vera unità politica. 
In un lontano orizzonte Mazzini colloca poi la Fratellanza universale dei popoli, e tutto ciò ha indotto giustamente la storiografia inglese a definirlo (accanto a John Stuart Mill) un padre fondatore del nazionalismo liberale che nulla ha da spartire con il rozzo nazionalismo che ha insanguinato l’Europa e torna a emergere pericolosamente nel mondo.
Casella di testo: Le istituzioni non sono per Mazzini mere sovrastrutture, né egli le guarda con la deferenza del Liberalismo ideologico, 
ma attribuisce loro il compito di ridurre a sintesi le diverse istanze emergenti, talvolta confusamente, dalla società. Il suo rifiuto della soluzione federale non gli impedisce di assegnare un ruolo essenziale ai Comuni, che in Italia vorrebbe ridotti al numero di mille. Analoga importanza egli attribuisce alle Regioni, quali entità intermedie fra Stato e Comuni: a un’attenta ripartizione di competenze fra Stato e poteri locali affida il compito di realizzare lo sviluppo economico e i criteri di equità sociale.
Mazzini riconosce il valore e la funzione esercitata dalla proprietà privata, e nella seconda parte del saggio sulla Unità Italiana (1871) delinea una economia a tre settori: quello statale, impegnato nelle grandi opere e nella gestione degli annessi servizi; quello delle imprese private; quello della libera impresa cooperativa. Alle idee mazziniane, secondo un recente saggio di Massimo Salvatori, si sarebbero infine ispirate le correnti riformatrici che all’inizio del secolo scorso perseguirono negli USA una legislazione antitrust.
In Italia il più diretto interprete del pensiero politico di Giuseppe Mazzini è stato il Partito Repubblicano, anche se a mio parere in maniera non sempre lineare. In alcuni momenti di scontro politico e generazionale all’interno del partito, ad esempio, a Mazzini è stato contrapposto Cattaneo, ritenuto più concreto e più apertp ai problemi della modernità, e ciò è avvenuto già negli stessi anni della fondazione del partito (1895): nelle linee fondamentali, tuttavia, gli indirizzi del PRI si sono mantenuti fedeli ai principi mazziniani, anche in considerazione della profonda affinità esistente fra i due grandi uomini. Queste linee si sono riflesse nella scelta atlantica, fortemente voluta da Carlo Sforza e Pacciardi nonostante le resistenze riscontrate in ampi settori del mondo cattolico e tra i socialdemocratici di Saragat; nelle scelte europee; nella costante attenzione ai problemi istituzionali, tradotta nel fondamentale contributo offerto in seno all’Assemblea Costituente da Tommaso Perassi, Giovanni Conti, Oliviero Zuccarini, e nella battaglia condotta in forme e da posizioni diverse da Pacciardi e Ugo La Malfa per la salvaguardia dell’amministrazione pubblica dall’asservimento a partiti e uomini politici; nell’impegno di Ugo La Malfa affinchè lo sviluppo e la modernizzazione del Paese non fossero soffocati da pretese corporative e settoriali. A questi aspetti occorre aggiungere la persistente difesa della laicità dello Stato o, per essere più chiari, per la difesa dello Stato dalle ingerenze vaticane.
Casella di testo: Intervento

di Luca Ostellino
Editorialista del “Sole 24 Ore”

Il quadro fin qui descritto è francamente desolante. In qualità di osservatore della realtà politica italiana non mi sento però di essere nemmeno io particolarmente ottimista. Provengo da una formazione di cultura liberale e porto come esperienza quella dell’associazionismo liberale, con i suoi pregi e i suoi difetti.
Pasquino ha detto che non c’è esigenza di una terza via e bisogna operare all’interno del bipolarismo.In effetti ritengo che in Italia vi sia l’esigenza di una ristrutturazione del quadro politico, e quindi la domanda di una forza liberal-democratica. Perché ci sono forti difficoltà a che questa possa venir fuori realmente? In base all’osservazione personale, riconosco che in Italia manca una cultura politica fortemente liberale e a ciò si aggiunge il problema dei liberali stessi che in generale sono molto individualisti, con una sorta di autocompiacimento di essere minoritari,   marginali. C’è notevole frammentazione, con difficoltà a stendere un progetto politico forte e comune che dia risposte adeguate al Paese.
In base alla mia esperienza, facendo parte del comitato direttivo dell’associazione “Società Li- bera”, tesa a promuovere la cultura liberale nel Paese, ho cercato di cambiare un minimo l’impo- stazione dell’attività (influenzata da una certa esitazione a intervenire nel dibattito politico, quasi per paura di venire in qualche modo etichettati) proponendo agli associati temi di una certa importante attualità, per trarne elementi per porsi in modo propositivo (ad esempio il conflitto di interessi) e chiamando a trattarne personalità che se ne stavano occupando in Parlamento, ma ho dovuto riscontrare minima per non dire nessuna attenzione. Limite grave dell’associazionismo liberale è la scarsa propensione ad affrontare con fermezza i problemi.
Fra gli spunti offerti dai precedenti interventi, due possono richiamare una certa urgente riflessione. Uno riguarda la legge elettorale: è partita infatti la campagna referendaria avente l’obiettivo di rivedere la legge in modo di costringere i partiti a porsi dietro un tavolo, di assegnare un premio di maggioranza non più alle coalizioni ma ai partiti. Se si vuole realmente incidere sul sistema occorre una riforma in tal senso e oltretutto che essa non agisca su base regionale, rendendo il Senato ingovernabile, data l’impossibilità per qualunque coalizione di vincere in tutte le regioni.
Conciliare posizioni diametralmente opposte in merito, trasversali in tutti gli schieramenti, sarà naturalmente molto difficile, ma uno sforzo va fatto.
In secondo luogo, per quanto riguarda il Federalismo, la riforma del titolo quinto della Costituzione ha prodotto una moltitudine di ricorsi ed ha numerosi difetti, ma ha un impianto basato sul principio di autonomia differenziata (sul modello spagnolo) che è in qualche modo a misura delle nostre regioni, con tutte le loro diverse peculiarità. L’ultimo comma dell’articolo 116 stabilisce che ogni regione possa chiedere maggiore autonomia in casi di competenza concorrente fra stato e regione: ne può essere in tal modo stimolata la competizione e favorita la tendenza ad affrontare le proprie responsabilità.
Ritengo che intorno a questo principio si possa utilmente lavorare, senza eliminarlo. 
Sino ad ora è stato fatto scarso ricorso a tale disposizione, ma occorre un certo tempo perché si acquisisca consapevolezza delle possibilità aperte dalla sua esistenza: la Regione Lombardia, ad esempio, si è mossa a rivendicare maggiore autonomia in materia di scuola e sanità soltanto dopo qualche anno, dopo la bocciatura referendaria della riforma della riforma operata dalla Casa della Libertà.
Casella di testo: Intervento conclusivo

di on. Francesco Nucara
Segretario Nazionale PRI

In questo convegno organizzato dal Pensiero Repubblicano Romagnolo e da Res Publica, il cui presidente è l’amica Concetta Schitinelli, si possono trarre alcuni interessanti Spunti politici.
 Si è parlato innanzi tutto del rapporto tra mazzinianesimo e liberalismo, per osservare che Mazzini era antimarxista, ma avversario a quell’area liberale del Risorgimento che aveva una concezione utilitaristica della libertà economica. Mazzini non amava Bentham, diffidava di Toqueville, ed era in contrasto con Cavour.
Noi ci siamo sempre chiesti se fosse più liberale Cavour, che appoggiava Casa Savoia e intesseva accordi con il re di Francia o chi, come Mazzini, aspirava a realizzare la Repubblica e a governare l’Italia in maniera democratica.
La risposta per un repubblicano è fi troppo ovvia.tuttavia la storia si guarda oggettivamente e ci è difficile considerare autenticamente liberale chi voleva asservire il popolo sotto il dominio dei Savoia. Per lo stesso motivo per cui non ci si può definire seguaci di Cattaneo e poi contestare il federalismo. Anche in questo caso, guardando oggettivamente al passato ed alla Costituente, potremmo trovare qualche insegnamento in Giovanni Conti che, da presidente della prima Sottocommissione, aveva redatto un progetto federalista dell’organizzazione dello Stato che sarebbe poi stato completato politicamente da Zuccarini, altro deputato repubblicano della Costituente. A questo va aggiunta la posizione che prevedeva quattrocento deputati, e indicazioni per evitare l’effetto “navetta” tra Camera e Senato dei provvedimenti legislativi.
Ma la parte politica più attuale del dibattito si è incentrata su un’osservazione del professor Pasquino. Quest’ultimo, dopo aver tratteggiato la figura di Ugo La Malfa e aver rivendicato la condivisione delle idee del Partito d’Azione, ha affermato: “Purtroppo il figlio Giorgio è da un’altra parte”. La parte giusta, a nostro avviso, è quella che ha scelto il Partito Repubblicano Italiano, la cui storia è intrisa di divisioni e spaccature.
Malgrado questa situazione, infatti, siamo ancora vivi, anche se malandati.
La nostra è una storia lunga e complessa. Basta pensare che il Pri non voleva accettare negli anni ’50 Ugo La Malfa perché egli non aveva un tasso sufficiente di mazzinianesimo. Allora fu Pacciardi a spendersi perché Ugo La Malfa fosse accettato a pieno titolo, ma così si perse uno dei leader storici: Giovanni Conti.
Un decennio dopo, con l’avvento del centrosinistra, il Pri perse pure Pacciardi, che non condivideva quella nuova posizione politica. E non dimentichiamo che il maggiore successo elettorale nella storia di questo piccolo partito lo ottenne Giovanni Spadolini, che molti repubblicani consideravano agli inizi un estraneo. Possiamo discutere all’infinito sulla scelta compiuta dalla maggioranza del partito a Bari nel 2001.
Riteniamo, tuttavia, che sarebbe impossibile vedere sfilare Ugo La Malfa a Via dei Fori Imperiali insieme ad esponenti vicini al Pdci, per i quali il tricolore è più bello quando è posato nella bara dei soldati italiani morti in Iraq.
Queste sono valutazioni che anche il professor Pasquino dovrebbe fare, essendo la politica estera il documento di riconoscimento di un Paese ed il patriottismo il primo valore a cui la nostra tradizione si richiama.
A quanti si lsmentano del poco tasso di laicità della coalizione di cui il Pri fa parte, potremmo rispondere che la laicità sembrerebbe scomparsa nel nostro Paese, non tanto in questa o quella coalizione. Il Vaticano esercita un’importante Opa sui governi dell’Italia, indipendentemente dai colori che li distinguono.
Recentemente, un emendamento alla Finanziaria teso a far pagare l’Ici a tutte le organizzazioni che come attività accessorie utilizzano locali per attività commerciali, è stato votato da 28 deputati su 436 presenti. Non riusciamo a intravedere bai di laicità, né a destra, né a sinistra, per non parlare dell’ampio consenso che ricevono le tesi dell’onorevole Binetti, capace di far mettere in minoranza su presunte questioni etiche financo un membro del governo di centrosinistra.  Per questo i repubblicani trovano piena cittadinanza soltanto all’interno del partito della Eldr.
La manifestazione di Forlì è stata un primo passo per mettere a fuoco l’identità di un partito come il nostro e per ragionare sulle sue scelte politiche. Altri ne verranno.

Associazione Res Publica e Pensiero Repubblicano Romagnolo

Convegno

MAZZINIANESIMO, REPUBBLICANESIMO, LIBERALISMO

La Terza via nella prospettiva europea

 

Interventi dei relatori

Casella di testo: Intervento

di Massimo Scioscioli
saggista

Salvo Mastellone ha dimostrato che uno dei momenti più significativi del IXX secolo è rappresentato dal confronto tra Marx e Mazzini, e con il pensiero di Mazzini hanno sentito il bisogno di misurarsi frequentemente alcuni dei più brillanti intelletti non soltanto italiani (Nietzsche, Gandhi, Thomas Mann, Croce, Gramsci, Gobetti, e via dicendo). Per loro Giuseppe Mazzini è stato esempio di assoluta dedizione ai propri ideali, e il suo pensiero è stato giudicato la prima manifestazione di quella democrazia  che Giovanni Spadolini soleva definire “democrazia senza aggettivi”.
Siamo difronte a un vero unicum  tra le grandi correnti del pensiero politico dell’Ottocento.
Dal Socialismo in tutte le sue forme, sia quella dell’utopia sia quella del Socialismo scientifico,
Mazzini è diviso dal rifiuto incondizionato di sistemi che sono alla loro base. Tralasciando d’altronde la critica all’utilitarismo di Bentham, che richiederebbe un più lungo ragionamento, mi limito a dire che Mazzini contesta la pretesa del Liberalismo di affidare le sorti del mondo a una conflittualità senza fine che (nelle condizioni di vita del suo tempo), avrebbe privilegiato la fortuna e non il merito, né egli poteva certamente condividere quella sorta di pessimismo che caratterizza il pensiero liberale, aristocratico, di Tocqueville. Durante tutta la sua vita Mazzini si
battè per l’unità nazionale italiana nella quale scorgeva il germe della liberazione dell’intera Europa da ogni forma di oppressione materiale, morale, spirituale, e da ogni tipo di discriminazione.
A fondamento del suo pensiero politico troviamo una religiosità profonda: egli crede fermamente nell’esistenza di un Principio di giustizia che indirizza le cose del mondo, ed è convinto (secondo la lezione di Lessing nella quale peraltro si avverte un’eco del pensiero di Giordano Bruno) che questo Principio riveli le sue verità progressivamente e in misura corrispondente alla capacità di apprendimento e di interiorizzazione dell’uomo, senza necessità di intermediazioni esclusive.
Con Mazzini il pensiero laico raggiunge il suo punto più elevato, senza per questo subire una perdita della spiritualità che ancora oggi rappresenta un bisogno primario di larghe componenti del genere umano.